La radioattività dispersa oggi è soltanto un decimo di quella di allora.
Finalmente le autorità giapponesi l’hanno ammesso: l’incidente nucleare di Fukushima è di livello 7, il più grave nella scala che si usa per valutare l’entità di un disastro atomico, lo stesso di Cernobil. Non ci voleva molto per intuirlo. Bastava guardare le immagini degli edifici dei reattori scoperchiati e mettere insieme gli eventi: esplosioni di idrogeno, incendi ed esalazioni di fumo, perdite di acqua altamente radioattiva, e soprattutto il fatto che, a un mese dallo tsunami, i tecnici della centrale di Fukushima non sono ancora riusciti a rimettere in funzione il sistema per asportare il calore dal nocciolo dei reattori. Senza raffreddamento, la fusione era inevitabile.
Le notizie sono scarse e reticenti, ma per quanto se ne sa il 70 per cento del nocciolo del reattore 1 avrebbe subito la fusione; probabilmente il reattore 2 è in una situazione simile. E fusione significa quasi automaticamente livello 7 sulla scala Ines (International Nuclear and radiological Event Scale), un incidente definito come «evento catastrofico con rilascio di materiale radioattivo in un’area molto estesa, con effetti acuti sulla salute della popolazione e danni gravi all’ambiente».
La scala stabilisce anche la quantità di radiazione oltre la quale si raggiunge il livello 7: dieci petabecquerel (PBc). Un becquerel (Bq) equivale all’attività di un radionuclide che ha un decadimento al secondo; il prefisso «peta» sta per un milione di miliardi; quindi si ha il livello 7 quando la radioattività supera i 10 milioni di miliardi di disintegrazioni al secondo. È questa la situazione spaventosa che i giapponesi si trovano ad affrontare. Lire la suite…









